
Ayrton Senna (foto MUBI)
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In occasione dell’anniversario della morte di Ayrton Senna, questa settimana parliamo di Senna (2010), documentario diretto da Asif Kapadia e disponibile in streaming su MUBI. Incentrato sulla visione della vita e dello sport del pilota brasiliano, uno dei più iconici della storia della Formula 1, il film racconta la sua ascesa dai primi giri sui kart fino all’incidente che gli tolse la vita durante il Gran Premio di San Marino del 1994. Ne emerge un ritratto intimo e commovente non solo di un campione senza precedenti, ma di una figura pubblica che incarnava la voglia di riscatto di un Paese.
Focus centrale del documentario è la parabola sportiva del pilota e il modo in cui la sua visione delle corse cambia con il passaggio alla Formula Uno, momento in cui Senna si ritrova a confrontarsi con le dinamiche di potere e interesse interne al campionato. All’interno di queste dinamiche, emerge uno dei pilastri di tutta la narrazione del documentario: la rivalità con Alain Prost, pilota che la regia non nasconde di ritrarre come esempio “negativo” di approccio alle corse rispetto al pilota brasiliano.

Ayrton Senna e Alain Prost nel 1988 quando erano compagni di scuderia alla McLaren
La rivalità con il pilota francese, soprattutto negli anni in cui sono stati compagni di scuderia, diventa così un vero e proprio motore drammaturgico che non solo organizza la narrazione sportiva, ma permette di far emergere dinamiche legate alla componente politica della F1 e alle visioni differenti del ruolo del pilota all’interno dello sport. Attraverso questo confronto, la regia trasforma il conflitto sportivo in uno strumento per raccontare la sua visione dello sport e della vita di Senna.
La costruzione del conflitto contribuisce a definire il ritmo del film, che Kapadia organizza attraverso l’utilizzo esclusivo di materiale d’archivio secondo una struttura narrativa simile a quella di un thriller. Infatti il montaggio progressivo delle gare e degli episodi di tensione tra i due, dentro e fuori dalla pista, accompagna lo spettatore verso un finale già noto, ma costruito con una suspense tale da trasformare la parabola sportiva di Senna in un vero e proprio racconto cinematografico.
Parallelamente alla dimensione agonistica, il documentario insiste sulla componente spirituale del pilota, sottolineando il suo legame con la fede e con il Brasile, di cui diventa subito un eroe nazionale. Dopo anni di crisi dovuta alla dittatura militare, la scelta di Senna di rivendicare continuamente la propria identità brasiliana lo trasforma non solo nell’idolo sportivo del Paese, ma in un simbolo di rivalsa dopo anni difficilissimi.

Ayrton Senna dopo la sua prima vittoria nel Gran Premio del Brasile (foto P300.it)
In questo caso viene operata una vera e propria mitizzazione del pilota, discostandosi dalla classica dimensione biografica e sportiva per costruire una narrazione quasi epica della sua figura. Servendosi, come detto, del solo materiale d’archivio come immagini e interviste televisive, il documentario dimostra come precise scelte di montaggio e di regia possano determinare la costruzione del personaggio e la percezione che lo spettatore ha nei suoi confronti, favorendo un coinvolgimento emotivo diretto che permette di vivere in maniera più partecipata la sua storia.
La regia immersiva trova il suo climax nei secondi finali che anticipano i titoli di coda: con lo schermo nero e una malinconica colonna sonora, questo breve istante di tranquillità sembra chiamare in causa direttamente lo spettatore nel riempire questo vuoto visivo con i ricordi che ha di Senna, o con quello che gli è stato raccontato di lui. Questo espediente è un’ottima modalità con cui creare una narrazione più intima ed emotivamente partecipata da parte di chi guarda.
Per chi studia il linguaggio documentaristico, Senna rappresenta un esempio decisamente riuscito di come il materiale d’archivio possa essere riorganizzato e trattato per restituire un racconto cinematografico e immersivo, trasformando le immagini nel vero motore trainante del racconto.
Il lavoro di Asif Kapadia dimostra che un racconto sportivo non nasce solo dall’ordine cronologico degli eventi, ma dalle immagini selezionate, dal ritmo che si vuole imprimere e dal montaggio, tutti elementi che permettono di trasformare una biografia in una narrazione emotiva, in grado di rendere “affascinanti e commoventi il fascino e il talento di Ayrton Senna anche per chi non è appassionato di Formula 1”.
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