Logo dei Red Hot Chili Peppers

Dal 20 marzo è accessibile in streaming su Netflix L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers (The Rise of the Red Hot Chili Peppers: Our Brother, Hillel), documentario realizzato da Ben Feldman che non vuole presentarsi solamente come il racconto degli anni formativi della band, ma soprattutto come un atto d’amore nei confronti del proprio membro fondatore: il chitarrista Hillel Slovak, morto nel 1988 a causa di un’overdose di eroina.

Piuttosto che raccontare i leggendari successi dei “trasgressori del rock americano”, Feldman decide di concentrarsi sugli anni “embrionali” del complesso (i meno indagati) e sul ruolo centrale avuto da Slovak nella loro nascita: fu proprio lui, infatti, a spingere Anthony Kiedis a prendere in mano il microfono e Flea ad imbracciare il basso al fianco di Jack Irons alla batteria. In questo modo, la scelta di concentrarsi su un delimitato arco temporale permette di costruire una narrazione e concentrata, evitando di disperdersi in elementi non rilevanti.

I Red Hot Chili Peppers nel 1985

Il documentario risulta interessante proprio per questa scelta narrativa “controcorrente”: invece di costruire un racconto celebrativo della band, l’obiettivo è quello di dare centralità alla figura di Slovak (spesso lasciata in secondo piano rispetto al suo “successore” John Frusciante) senza patetismo, ma ricordando soprattutto il suo ruolo nella costruzione dell’identità musicale dei Red Hot Chili Peppers. Questo rappresenta un caso utile per osservare come si possa raccontare una storia conosciuta ai più ma adottando un diverso punto di accesso ad essa.

Dal punto di vista formale, Feldman si serve di interviste ai membri della band, immagini di repertorio e animazione 2D, restituendo visivamente l’energia anticonformista funk-rock e il clima fragile degli esordi. Anche i disegni e gli scritti personali realizzati da Slovak diventano parte attiva della narrazione, alcuni dei quali vengono letti da una voce che riproduce quella del chitarrista - una scelta efficace sul piano immersivo, ma che può sollevare qualche interrogativo sul piano etico.

A funzionare è soprattutto il modo in cui viene strutturata la narrazione, scandita da una colonna sonora di primo livello, e la scelta di adottare la tecnica mista per trasporre visivamente l’immaginario psichedelico dei primi RHCP. Dall’altra faccia della medaglia, probabilmente il regista arriva alla morte di Slovak troppo tardi, lasciando poco respiro al modo in cui la band e (soprattutto) Frusciante abbiano raccolto la sua identità negli anni successivi.

Hillel Slovak

L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers dimostra come sia possibile costruire un racconto musicale adottando un approccio laterale che intende addentrarsi nelle personalità e nei sentimenti dei suoi protagonisti, piuttosto che seguire solamente la parabola del loro successo. Un ulteriore elemento messo in luce dal documentario è poi l’accesso diretto ai protagonisti, i quali non si limitano semplicemente a ricordare Hillel Slovak, ma diventano il principale dispositivo emotivo della visione permettendo allo spettatore di avvicinarsi alla figura del chitarrista attraverso il loro sguardo e le loro emozioni.

L’esito di queste scelte è un documentario che fa emergere la persona di Slovak ancor prima della leggenda, risultando così accessibile e apprezzabile non solo ai fan della band, ma anche a coloro che vi si approcciano per la prima volta (in linea con l’approccio adottato da Netflix nel raccontare storie di figure riconoscibili, ma attraverso prospettive meno convenzionali).

Serve suonare come me per fare il chitarrista dei Red Hot Chili Peppers”: Hillel Slovak, però, non suonò solamente uno strumento, ma contribuì alla nascita di un vero e proprio mito della musica. E forse sta proprio qui la nota più positiva del documentario: essere in grado di restituire a Slovak il posto che gli spetta nella storia dei Red Hot Chili Peppers (e del rock mondiale).

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